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Il palazzo fu costruito per volontà del “draperius” (mercante di stoffe) Giacomo Marini, di origini bergamasche. Giunto a Brescia nel XV secolo, si stabilì presso la contrada Breda Bolda, nell’attuale via Monti; l’estimo del 1641, infatti, conferma l’esistenza di una casa di proprietà dei Marini, di attinenza non  di Giacomo, bensì di un certo Livio, appartenente ad un ramo familiare distinto da quello in questione. È molto probabile che sia avvenuta una scissione all’interno della famiglia già a partire dal Trecento, come ci attesta anche Lechi.

La decorazione del palazzo venne commissionata dai fratelli Giovanni Battista (1742) e Giulio Marini (1743), nobili facoltosi e proprietari terrieri, che abitarono nel palazzo fino al principio dell’Ottocento. Pare che sul finire del secolo la dinastia fosse estinta; ciò che sappiamo con certezza è che attualmente le sale a piano terra sono la sede legale della cooperativa Acli Bresciane “G. Agazzi”, mentre quelle del piano nobile sono di proprietà privata.

Il palazzo presenta una facciata lineare, elementare e pulita, scandita da due serie di finestre nei due piani superiori, interrotta da una modesta fascia marcapiano che separa il piano terra e si chiude in alto con una dentellatura, sopra cui si imposta il tetto. Al centro della facciata compare un elegante portale, posto su una piccola rampa di accesso in pietra, mentre ai lati si susseguono una serie di finestre di forma quadrata che evidenziano la distribuzione dei piani alti.

Il collegamento tra il piano inferiore e il piano nobile avviene attraverso uno scalone a doppia rampa con balaustre composte da colonnine in pietra. Le pareti sono decorate con una partitura architettonica costituita da lesene alternate a quadrature monocrome, entrambe poste su un alto basamento in finto marmo terminante in basso in una fascia decorativa in finto marmo rosso. Al pianerottolo di raccordo tra le due rampe si trovano due porte, una dipinta, l’altra reale, ciascuna sormontata da una conchiglia e da una data. Potremmo ipotizzare che la prima, scolpita in caratteri arcaici (1770), sia la data di realizzazione degli affreschi, a differenza di quanto riporti Lechi che data i lavori nel primo Settecento (Lechi 1977, p. 116); la seconda (1935), dipinta in caratteri moderni, potrebbe invece riferirsi ad un intervento di restauro che ha modificato l’aspetto originario delle pitture. A questa data potrebbe anche risalire l’intervento di revisione del medaglione centrale raffigurante Il trionfo di Giove e Giunone, evidentemente alterato nel disegno e nella gamma cromatica.

Mara Miele

Bibliografia

Luigi Francesco Fè d’Ostiani, Storia tradizione e arte nelle vie di Brescia, II ediz., Brescia 1927, p. 150; Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia. Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, pp. 116-118; Ruggero Boschi, Le alternative al Barocco. Architettura e condizione urbana a Brescia nella prima metà del Settecento, in Società e cultura nella Brescia del Settecento, catalogo della mostra, Brescia 1981, pp. 428-429;

Mara Miele, Palazzo già Marini, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 193.

Salone d'onore

Al piano mezzanino si apre il salone da ballo caratterizzato da una decorazione che copre interamente ogni superficie della sala, dalle pareti al soffitto. Le prime sono decorate con una partitura architettonica costituita da lesene dal fusto scanalato e capitello ionico alternate a quadrature semplici contenenti lastre di marmi policromi, in particolare verdi e rossi, e stucchi bianchi. Sui lati lunghi della sala compaiono due specchiature contenenti capricci architettonici, disposte l’una di fronte all’altra e inserite in una cornice di marmo verde arricchita da decorazioni floreali. Sui lati corti, invece, medesime cornici sono adoperate per altre specchiature contenenti candelabre monocrome, i cui trofei, concepiti con attributi legati alle arti (la musica l’architettura, la pittura, il teatro e la poesia), sono composti da vasi e ghirlande di fiori, animali di fantasia, strumenti musicali e girali d’acanto. Al centro di essi, sono riprodotte delle figurine su fondo porpora: il primo è Ercole, riconoscibile per la clava, mentre gli altri due raffigurati con le armi (quali l’elmo e la lancia, lo scudo e la corazza) potrebbero certamente essere la dea Atena e il dio Marte.

Le pareti si concludono con un cornicione in finto marmo rosso, che segue l’intero perimetro della sala, sopra cui si apre la decorazione della volta. Su un alto basamento in finto marmo monocromo s’imposta il loggiato costituito da balconi ed edicole, arricchito da vasi di fiori e ghirlande. Particolari sono i due putti dipinti sulle balaustre dei lati corti della sala: l’uno sdraiato con accanto arco, frecce, aste e una maschera, l’altro seduto accanto ad un cimiero, elmo e aste, mentre indica verso l’alto.

Il finto loggiato si apre su un cielo luminoso, attraversato dal circolo dei segni zodiacali e solcato da nubi rosate che fuoriescono con controllata pacatezza dalla cornice architettonica, in un gioco costante tra realtà e finzione. Al centro sono raffigurati Flora e Zefiro, entrambi con un fiore fra le mani, accompagnati da una coppia di putti che sorreggono un cesto di fiori, mentre altri due in lontananza, spuntano da dietro una nuvola e osservano la scena.

In assenza di materiale documentario e sulla base unicamente di confronti stilistici, potremo ipotizzare che l’affresco sia stato realizzato tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta del Settecento, ad opera di un pittore vicino alle istanze di Francesco Zugno: il disegno fine e accurato, con attenzione alla mimica dei personaggi e i colori tenui e brillanti richiamano il modo in cui il pittore ha lavorato presso il Ridotto del Teatro Grande. Per quanto concerne le quadrature, supponiamo la partecipazione di Saverio Gandini, soprattutto per i capricci architettonici delle pareti e per alcuni dettagli delle quadrature del soffitto.

Mara Miele

Bibliografia

Mara Miele, Palazzo già Marini, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 193.

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