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Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza, poi Bargnani – ora sede del settore trasporti, edilizia scolastica e interventi sul patrimonio della Provincia di Brescia

Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza, poi Bargnani – ora sede del settore trasporti, edilizia scolastica e interventi sul patrimonio della Provincia di Brescia

La costruzione dell’edificio come residenza della famiglia prese avvio grazie a Gaspare Giacinto Martinengo Colleoni di Pianezza nel 1671 su un primo nucleo di case di proprietà della moglie Chiara Camilla Porcellaga, poi ampliato con ulteriori acquisizioni. La decorazione degli ambienti interni, affidata a maestranze di varia provenienza, iniziò a fine Seicento e proseguì con il figlio Pietro Emanuele nel corso del Settecento. Della fase tardo seicentesca di decorazione pittorica però, ben documentata dalle fonti, non rimane quasi nulla poiché andò perduta o fu rimpiazzata dagli interventi del secolo successivo. Citato nei documenti e legato già in precedenza alle vicende costruttive della fabbrica, Giovan Battista Croppi (o Groppi) fu direttore dei lavori dal 1684 all’inizio del secolo successivo, come testimonia il contratto sottoscritto con Gaspare Giacinto (Archivio di Stato di Brescia, Fondo Martinengo. b. 137, “Fabrica del palazzo di Brescia”; cit. in Massa 2003, pp. 65-66), continuando quanto già costruito a ovest con l’edificazione del corpo meridionale e del corpo principale che dà sulla strada. Il palazzo venne terminato con il completamento dell’ala nord probabilmente sotto la famiglia Bargnani, che lo acquistò nel 1764.

L’edificio ha una pianta a U, formata da un corpo orientale a tre piani e due ali perpendicolari della medesima altezza, disposti attorno a un cortile centrale. Accedendo dall’ingresso principale si entra nell’atrio che dà sulla corte interna: esso è collegato ai piani superiori dell’ala sud tramite lo scalone d’onore e agli ambienti ai piani superiori dell’ala nord tramite una scala secondaria a doppio schema incrociato. Il monumentale prospetto, serrato ai lati da cantonate a punta di diamante in pietra e da tresandelli ora chiusi, presenta una parte mediana sporgente rivestita in pietra su tre ordini sovrapposti, con il portale d’ingresso affiancato da due finestre, corrispondenti a due ambienti laterali, e da due colonne tuscaniche per lato. Esse sorreggono una balconata rettilinea con balaustra in pietra su cui s’impostano le tre portefinestre del salone del piano nobile: quella maggiore, la centrale, è affiancata da due colonne ioniche che sostengono un arco che include un trofeo d’armature, mentre quelle minori hanno timpani curvilinei con mascheroni. Le tre finestre al secondo piano sono affiancate da lesene con protomi umane. La facciata, coronata da un cornicione superiore con modiglioni a volute, è suddivisa da fasce marcapiano, scandita da finestre con cornici in pietra decorate da mascheroni, protomi umane e volute lungo tutto il prospetto, con timpani spezzati al piano nobile. Tale decorazione plastica in pietra ritorna anche sulle ali laterali che affacciano sulla corte interna. Nell’atrio con colonne addossate ai pilastri, nella controfacciata verso il cortile con paraste di ordine gigante e in altri elementi decorativi è stato ipotizzato un intervento di Filippo Juvarra, architetto della corte sabauda con cui la famiglia intratteneva dei rapporti, presente a Brescia nel 1729, che avrebbe operato adattando le proprie soluzioni decorative ad un contesto architettonico già esistente (Brodini 2014, pp. 133-145). Il palazzo, ceduto a Napoleone nel 1813, passò poi al Demanio sotto la dominazione austriaca, al Comune di Brescia e infine all’Amministrazione Provinciale, divenendo sede nel corso di due secoli di diversi istituti scolastici cittadini e recentemente di uffici pubblici.

Il percorso di visita alle sale ornate da dipinti e stucchi inizia dal piano terra dell’ala settentrionale, con due sale contigue decorate nei soffitti con un Trionfo della personificazione allegorica del Giorno e con un Trionfo di Giove, Giunone e Venere. Attraversando l’atrio e spostandosi nell’ala meridionale si incontra un’enfilade di sale con dipinti di scuola bolognese, quali l’Allegoria della Nobiltà di Casa Martinengo e La Concordia abbatte la Discordia. Al piano nobile, in cima allo scalone principale, vi è un susseguirsi di altri ambienti riccamente decorati nelle volte e nelle pareti: la prima sala presenta l’apoteosi di un giovane realizzata da un artista bolognese, quella successiva un Trionfo di Bacco sulla volta di Ferdinando Del Cairo e le pareti decorate con motivi ercolanensi da un artista della bottega di Giuseppe Teosa. Salendo al secondo piano, la volta dello scalone d’onore è dominata dal Trionfo di Apollo e Minerva riconducibile all’ambito di Carlo Innocenzo Carloni. Al centro del piano nobile dell’edificio si trova il salone da ballo a doppia altezza dipinto da Stefano Orlandi in collaborazione con Francesco Monti e bottega, di cui rimangono le quadrature, i medaglioni con le Storie di Romolo e i sovrapporta con episodi della Storia di Romolo e Remo. Proseguendo verso l’ala nord vi sono altre tre sale che rispettivamente presentano una volta dipinta con una Presentazione in Olimpo, un soffitto decorato con quadrature barocchette dei fratelli Giovannini e l’ultima, l’alcova, con la volta dipinta da Francesco Fontebasso che ha raffigurato l’esaltazione di varie figure allegoriche e la caduta del Vizio.

Sara Parisio

Bibliografia

Paolo Guerrini, Una celebre famiglia lombarda. I conti di Martinengo. Studi e ricerche genealogiche, Tipografia F.lli Geroldi, Brescia 1930, pp. 374-375; 392-393; Oreste Foffa, Guida illustrata di Brescia, Apollonio & C., 1932-1935, pp. 85-86; Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, pp. 189-209; Itinerario di Brescia neoclassica, 1797-1859, catalogo della mostra “Il mito del decoro privato, architettura neoclassica a Brescia, 1797-1859”, a cura di Francesco Amendolagine, Centro Di, Firenze 1979, p. 176; Le alternative del Barocco. Architettura e condizione urbana a Brescia nella prima metà del Settecento, catalogo della mostra, Grafo edizioni, Brescia 1981, pp. 79-80, 135-137, 222-224; Livia Vannini, Brescia nella storia e nell'arte, Società Editrice Vannini, Brescia 1986 (Prima ed. 1971), pp. 268-270; Renata Massa, Per una storia di Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 5-20; Alessandro Brodini, Il palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza a Brescia nell’ambito dell’architettura dei palazzi di Filippo Juvarra, in Filippo Juvarra (1678-1736). Architetto in Europa, Roma 2014, Campisano Editore, pp. 133-147;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, pp. 277-281.

Sala 1 Trionfo della personificazione allegorica del Giorno

La sala, che si trova al piano terra dell’ala settentrionale a fianco delle scale e affaccia sulla corte interna, esibisce una volta a schifo con un medaglione centrale con cornice mistilinea dedicato al Trionfo della personificazione allegorica del Giorno. Esso è raffigurato in basso come un giovane alato in piedi che solleva una fiaccola, cinto da un manto rosso e con una stella sul capo. In secondo piano, sul carro trainato da cavalli bianchi con il sole, siede Aurora a cui viene posta sul capo una corona di fiori da due putti. Una figura femminile tiene le briglie dei destrieri e accanto a lei un’altra fanciulla regge un ramoscello verde. Dal lato opposto due putti giocano fra loro. Pur essendo stato visibilmente ridipinto, si rintracciano nelle pose e nelle fisionomie di alcuni personaggi caratteri riconducibili ai modi del veneziano Francesco Fontebasso, che potrebbe avervi lavorato a cavallo tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta del Settecento, in contemporanea con il suo intervento nell’adiacente Oratorio di San Carlino (Massa 2003, pp. 26-27; Loda in Massa 2003, p. 37). Il resto del soffitto è dipinto con riquadri in finto stucco contenenti elementi floreali.

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 202; Renata Massa, Frescanti e pittori al servizio dei marchesi, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 26-27; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 35-37;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 277.

Sala 2 Trionfo di Giove, Giunone e Venere

Al piano terra dell’ala settentrionale si trova questa stanza, a cui si accede dalla sala 1, che Lechi ricorda adibita a sala da pranzo, come suggerisce anche il soggetto della rappresentazione. L’ambiente si distingue infatti per il soffitto dominato dal Trionfo di Giove, Giunone e Venere, in cui Ebe viene presentata alle tre divinità sedute su una nube. La coppiera degli dei, ritratta con il tradizionale attributo della coppa in mano e accompagnata da due fanciulli, sta per essere incoronata dalla Fama, una donna alata avvolta in un manto azzurro. Il dipinto è inquadrato da una cornice mistilinea in stucco bianco e dorato con un motivo decorativo a treccia e da affreschi con riquadri contenenti elementi floreali, conchiglie, festoni, motivi a candelabra. La scena centrale si avvicina ai modi compositivi e figurativi di Francesco Fontebasso e potrebbe essere stato eseguito tra la fine degli anni cinquanta e la metà degli anni sessanta del Settecento (Massa 2003, pp. 26-27; Loda in Massa 2003, pp. 35-37).

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 202; Renata Massa, Frescanti e pittori al servizio dei marchesi, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 26-27; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 35-37;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 277.

Sala 3 Allegoria della Nobiltà di Casa Martinengo

Il primo ambiente al pianterreno dell’ala sud con una decorazione pittorica di rilievo è una grande sala rettangolare coperta da una volta a schifo, che si raggiunge dopo aver attraversato un corridoio che corre parallelo allo scalone d’onore. La parte centrale piana è occupata da un medaglione con cornice mistilinea in stucco dorato e l’Allegoria della Nobiltà di Casa Martinengo. (Lechi 1976, p. 202; Loda in Massa 2003, p. 49) In un cielo nuvoloso da cui spunta un timido sole sono rappresentate figure allegoriche femminili. La Nobiltà campeggia al centro, con un’asta nella mano destra e la statuetta d’oro di Minerva nella sinistra, seduta su una nube compatta sorretta da una donna in abiti regali con un diadema che tiene uno scettro e una corona. Attorno vi sono quattro fanciulle che potrebbero rappresentare le Virtù Cardinali, affini alla descrizione di Cesare Ripa: da sinistra la Prudenza, che tiene in mano uno specchio e un animale dalle sembianze di un serpente avvolto al braccio; la Giustizia, vestita di bianco, che regge una bilancia dorata a due piatti e una spada; la Temperanza a destra, che tiene in mano due freni e l’ultima; la Fortezza, dietro la nube centrale, che indossa un elmo e tiene una colonna. Sopra la Nobiltà vola l’aquila rossa dei Martinengo con le ali spiegate, che regge con gli artigli uno scudo con il campo diviso in due parti raffiguranti dei testicoli e una gemella terminante alle estremità nelle fauci di due teste di leone, elementi dello stemma di Bartolomeo Colleoni concessi dal condottiero che morì senza eredi e che vennero inquartati nell’insegna Martinengo-Colleoni. Il rapace viene incoronato da un putto come esaltazione delle nobili origini della famiglia: in alto si trovano tre amorini in cerchio che reggono ciascuno un rotolo su cui Loda ha individuato lo stemma del Leone di San Marco, la Croce argentea dell’ordine di san Maurizio e un Giglio d’oro, mentre un altro putto suona la tromba. Ai lati della figurazione centrale il soffitto è diviso in riquadri e spicchi impreziositi da eleganti stucchi dorati con motivi vegetali stilizzati su fondo bianco. Gli affreschi, in cui si riconosce un classicismo di stampo bolognese, sono stati probabilmente realizzati a inizio Settecento da un artista di un’équipe che lavorò anche ad altre sale del palazzo, gruppo di cui fecero parte Luca Bistega, Giacomo Antonio Boni e Ferdinando del Cairo (Loda in Massa 2003, pp. 34, 49-50).

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 202; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 34, 49-50;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 277.

Sala 4 La Concordia abbatte la Discordia

Questa sala, che si trova al piano terra del corpo meridionale e a cui si accede dalla sala 3, si caratterizza per un medaglione centrale con incorniciatura in stucco dorato in cui è rappresentata la scena allegorica della Concordia che abbatte la Discordia. La prima, dall’alto della nube su cui è seduta, tiene un mazzo di verghe e indica i tre putti in volo alla sua destra: il primo spezza un ramo, il secondo tiene le due parti di un ramoscello già spezzato, il terzo regge un ramo fiorito e scaccia la figura in basso che possiamo identificare nella Discordia descritta da Cesare Ripa, in una sequenza di gesti che indicano progressivamente la sua sconfitta. La donna avvolta da una veste gialla, che cade in basso in modo scomposto, con il viso truce e i capelli scompigliati da cui spuntano alcuni serpenti, tiene sollevata con la mano destra una fiaccola e con la sinistra un mantice. Ad accompagnarla c’è un putto accigliato che regge un rotolo di fogli. Il resto del soffitto è ornato da decorazioni in stucco su fondo bianco affini a quelle dell’ambiente adiacente, così come somigliante dal punto di vista stilistico è il dipinto centrale. Tali similitudini portano a pensare che alla volta lavorò un artista bolognese facente parte della stemma maestranza che operò a inizio Settecento anche nella sala 3 e in altri ambienti del palazzo, della quale si segnalano Luca Bistega, Giacomo Antonio Boni e Ferdinando del Cairo. (Loda in Massa 2003, pp. 34, 50)

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 202; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 34, 50;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 278.

Sala 5 Trionfo

Al piano nobile dell’edificio, in cima allo scalone d’onore, si trova sulla destra la prima saletta che affaccia su corso Matteotti. Il soffitto presenta una complessa quadratura illusionistica dipinta, formata da un parapetto e da basamenti in pietra sopra cui si elevano colonne in marmo rosato con volute che sorreggono una trabeazione dal profilo mistilineo sui toni del giallo tenue, decorata da teste umane e festoni. In corrispondenza dei quattro angoli, sotto le colonne, si formano delle nicchie che ospitano coppie di putti in monocromo grigio sorreggenti cartouches con monocromi rosa, di cui le raffigurazioni non sono più distinguibili a causa del cattivo stato di conservazione. Una sorta di balaustra giallo-oro, con inserti in finto marmo rosa, mostra una metamorfosi di figure umane in motivi decorativi a ricciolo e sopra di essa poggiano corbeilles di fiori e un drappo azzurro. Sui quattro lati sopra il cornicione invece vi sono strutture in pietra con volute o conchiglie, che contengono composizioni di fiori e frutti sopra cui putti giocosi sono rappresentati di tergo, in volo avvolti in drappi o nascosti tra le ghirlande. La complessa architettura culmina in alto con spiragli di cielo agli angoli e uno squarcio centrale, dove è rappresentata l’ascesa di un giovane seminudo accompagnato da Minerva verso Ercole e affiancato da una vittoria alata che solleva una corona di lauro. Il ragazzo è trattenuto a sinistra da Venere, seduta di schiena e affiancata da un putto con la colomba bianca. Altre tre figure femminili gesticolanti e seminude, che potrebbero essere le tre Grazie ma che non presentano attributi identificativi, compaiono nella parte sinistra dell’affresco, sedute su una nube in conversazione, mentre in alto nel cielo alcuni putti gettano delle rose. La posa del personaggio in ascesa a braccia aperte, sollevato da Minerva, ricorda il gruppo centrale dell’affresco seicentesco eseguito da Pietro da Cortona nella sala di Venere di Palazzo Pitti a Firenze: è riproposta infatti la composizione e lo stesso tema del giovane, che nell’affresco fiorentino ritrae il committente Ferdinando II de Medici adolescente, allontanato dai vizi e dalle passioni personificati dalla dea della bellezza e dell’amore e accompagnato verso Ercole, rappresentante della vita virtuosa e della fortezza/ragione. Se Lechi identificava nel dipinto bresciano il Trionfo di Ganimede (Lechi 1976, p. 200), Loda ha invece proposto l’apoteosi di un Martinengo o di un personaggio storico-mitologico non identificato (Loda in Massa 2003, p. 37). Mancando qualsiasi richiamo al mito di Ganimede, tradizionalmente rappresentato insieme a Giove come divinità o nelle sembianze dell’aquila che lo rapì, oppure con la coppa che rimanda al suo incarico di coppiere degli dei, ritengo sia più plausibile l’ipotesi avanzata da Loda, considerando anche il modello seicentesco. Ad eseguire la figurazione potrebbe essere intervenuto un pittore della medesima bottega bolognese che ha lavorato nelle sale al pian terreno, mentre per l’architettura dipinta è stato proposto il nome dei quadraturisti Natali (Loda in Massa 2003, pp. 37-38).

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, pp. 198-200; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 37-38;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 278.

Sala 6 Trionfo di Bacco

Il soffitto di questa sala, la seconda dell’enfilade, ospita un Trionfo di Bacco dipinto probabilmente da Ferdinando del Cairo all’inizio del Settecento, considerando il pagamento registrato in suo favore nel 1708 per lavori nella prima camera fronte strada sopra lo scalone (Loda in Massa 2003, pp. 38-40; Archivio di Stato di Brescia, Fondo Martinengo, B. 226, c. 180 e c. 227, cit. in Massa 2003, p. 77). La divinità, affiancata da un putto in volo che regge una lancia intrecciata con pampini e uva, è inginocchiata su una nuvola ed è tenuta per mano da Mercurio, che sta per condurla al cospetto di Giove. Due figure femminili paiono sorreggere la nuvola su cui si trova Bacco: sono la Giustizia coronata a seno nudo, con lancia e bilancia, e la Concordia, che tiene in mano una melagrana e ha il capo cinto da un ramo verde. Attorno a Giove accompagnato dall’aquila in volo si dispongono le divinità olimpiche in cerchio, difficilmente identificabili poiché la pittura è particolarmente rovinata (sono riconoscibili Venere, Minerva, Apollo citaredo, Ercole, Cerere con le messi). Sopra il cornicione in stucco, opera di Antonio Maria Ferraboschi risalente allo stesso anno di decorazione della volta, sfila, come un fregio continuo, un corteo di satiri festanti, ninfe, animali, giovani danzanti e suonanti vestiti con pelli di animale e corone, che portano rami di foglie di vite e uva, torce e vasi, richiamando la divinità principale. Su ciascun elemento angolare in stucco con volute, pampini e grappoli d’uva, siede una coppia di personaggi dipinti in monocromo, in una perfetta fusione tra la decorazione plastica e pittorica. Le due porte lignee su lati opposti della sala, risalenti alla seconda metà del XVIII secolo, sono intagliate con motivi vegetali stilizzati e dorati in alcune parti. Nei sovrapporta, sempre lignei, troviamo da una parte lo stemma della città di Brescia con il leone rampante e dall’altra quello della Provincia con inquartati i simboli dei quattro comuni di Chiari, Breno, Verolanuova e Salò. Le pareti sono invece affrescate con un festone orizzontale continuo su fondo blu sotto il cornicione in stucco e scandite da riquadri verticali con motivi ercolanensi su fondo rosa: i minori contengono motivi floreali con mandorle o tondi a fondo blu con esili danzatrici e putti; i riquadri maggiori, posizionati uno di fronte all’altro sulle pareti su cui si aprono le porte, contengono l’uno un cammeo con Flora e Zefiro e l’altro un medaglione con figure che si potrebbero forse identificare con Amore e Psiche, retti da sirene adagiate su consolles, vasi di fiori e festoni. In corrispondenza degli angoli è dipinto un motivo a nastro che si attorciglia su uno stelo. Tali ornamentazioni, che ricordano da vicino la decorazione eseguita da Giuseppe Teosa nel salone di Palazzo Carpani ora Poncarali a Brescia, risalgono all’inizio del XIX secolo e potrebbero essere state eseguite da un artista della bottega del Teosa e in alcune parti forse anche dal maestro stesso (Lechi 1976, p. 200; Tanzi 1984, p. 100; Massa 2003, p. 21).

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 200; Marco Tanzi, Problemi di neoclassicismo bresciano: Giuseppe Teosa tra committenza religiosa e privata, in “Itinerari”, n. 3, 1984, p. 100; Renata Massa, Frescanti e pittori al servizio dei marchesi, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, p. 21; Renata Massa – Barbara D’Attoma, Alcune note e documenti sull’arredo del palazzo, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 28-30; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 38-40;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 278.

Scalone

Salendo lo scalone d’onore fino all’ultimo piano si può ammirare la volta affrescata con il Trionfo di Apollo e Minerva, avvicinabile all’ambito di Carlo Innocenzo Carloni ed eseguito presumibilmente negli anni trenta del XVIII secolo (Loda in Massa 2003, pp. 40-42). Secondo quanto sostiene Loda, nel numero 266 della “Notta delli sbozzi” di mano del Carloni (Cani 1997, p. 71), in cui è riportato “il Scalone trionfo del Valore in 3 abbozzi Martinengo Brescia”, potrebbe ravvisarsi un riferimento alla volta dello scalone Bargnani. Più verosimile è però l’ipotesi di A. Quecchia, che non ritiene vi sia alcun collegamento tra quest’opera segnalata nella nota di abbozzo e la decorazione del nostro scalone (Quecchia 2015, p. 72). La scena principale è inserita in un lungo medaglione con cornice mistilinea in stucco bianco, attorno al quale si dispongono sei riquadri con putti dipinti (tre per parte in corrispondenza dei lati minori) e due teste di profilo in stucco all’interno di cartigli in corrispondenza dei lati maggiori, forse ritratti di due esponenti della Martinengo. La decorazione plastica che incornicia le zone affrescate è arricchita da elementi vegetali e floreali, da mascheroni e da cartigli in stucco sovrastati da maschere ai quattro angoli della volta, che non contengono alcuna rappresentazione o stemma. All’interno delle sei riquadrature laterali compaiono putti alati, da soli o in gruppo, che portano i simboli del potere e gli attributi degli dei protagonisti del Trionfo, o esaltano la famiglia committente: una coppia tiene una clava, una fiaccola e il mantello leonino di Ercole, un amorino alza un fascio di verghe, un altro tiene una statuetta d’oro. Un putto regge una cornice ovale che mostra la planimetria dell’ingresso del palazzo con le quattro colonne esterne e quelle binate dell’atrio, intervento voluto da Pietro Emanuele, che negli anni Trenta commissionò il rifacimento dell'androne e nel 1735 ottenne il permesso dal Comune di occupare il suolo pubblico per la costruzione delle colonne esterne.  All’apice del medaglione principale è raffigurato l’araldo della Fama che suona la tromba, mentre sotto di lui si articola un’affollata scena in cui campeggiano Minerva e Apollo, che stanno per essere coronati con il lauro. Minerva siede sulle nubi, con i tradizionali attributi dell’asta con il serpente, dello scudo con la testa di Medusa e delle civette, mentre di fronte a lei siede su un trono Apollo, con raggi luminosi attorno al capo. Dietro le due divinità un putto sostiene uno scenografico drappo verde, un altro sorregge il manto di Minerva e un amorino è impegnato a suonare uno strumento a fiato mentre il compagno regge il libro presumibilmente con gli spartiti musicali. A sinistra, nella parte centrale, un genio alato seduto su un libro aperto si accompagna a due creature mitologiche che si beccano tra loro, animali dalla testa di rapace e dalla coda ferina che potrebbero essere identificabili come due grifoni. La luce irradiata da Apollo contrasta con i toni cupi della scena sottostante in cui la Ragione e la Virtù scacciano i Vizi, personificate da due figure femminili di cui la prima porta una veste celeste e l’elmo fiammante e la seconda un sole raggiante sul capo. Esse allontanano con l’asta una figura di spalle e la personificazione dell’Invidia, immaginata come una donna vecchia e avvizzita con i capelli di serpe e un serpente avvolto interno al braccio. Accanto è dipinto l’incorporeo Mercurio con il caduceo, simbolo di pace che sconfigge ogni discordia, e il destriero alato, allusione alla Fama chiara descritta da Cesare Ripa. La caduta verso la dimensione terrena è accompagnata da alcuni putti che reggono fiaccole e dai venti (zefiri) che soffiano verso il basso. All’estremità inferiore compare l’allegoria di un fiume, un uomo ricoperto di alghe con il remo sollevato, un otre da cui fuoriesce dell’acqua e due cigni, allegoria che potrebbe alludere a uno dei corsi d’acqua presenti nei territori posseduti dalla famiglia committente tra le province di Bergamo e Brescia (Oglio, Serio). A chiudere in basso la rappresentazione vi è un liuto su cui è appoggiato uno spartito musicale che giace abbandonato sul terreno.

 

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 198; Fabio Cani, Nuovi documenti su Carlo Innocenzo Carloni, in Carlo Innocenzo Carloni (1686/87-1775). Dipinti e bozzetti, catalogo della mostra, Milano 1997, pp. 61-72; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 40-42; Andrea Quecchia, Carlo Innocenzo Carloni a Brescia: novità per i cicli pittorici dei palazzi Martinengo di Padernello, Gaifami e Valotti Rampinelli Rota, in “Arte Lombarda”, a. III, n. 175, 2015, pp. 70-84;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 278-280.

Salone da ballo

1736

 

Il cuore del corpo di fabbrica principale è occupato dal maestoso salone da ballo a doppia altezza e a pianta quadrata, con una balconata percorribile in legno intagliato, dipinto e dorato che corre attorno alle pareti del secondo piano. Nel 1736 il quadraturista Stefano Orlandi venne incaricato dal marchese Pietro Emanuele di affrescare l’ambiente, dipinto in collaborazione con il figurista Francesco Monti, come testimonia il contratto stipulato tra il committente e l’artista bolognese (Archivio di Stato di Brescia, Fondo Martinengo, B. 274, “Ricevute Colleoni 1707-1746”, cit. in Massa 2003, p. 66). La complessa quadratura architettonica della volta è costituita da colonne sui toni del rosa e del verde con capitelli a volute giallo-ocra che reggono in alternanza timpani e archi ribassati, che a loro volta insistono in corrispondenza dei quattro angoli dove si formano nicchie angolari. In prossimità dei lati sono state realizzate finestre illusionistiche a grata con balaustre e coppie di putti, sdraiati o seduti, che potrebbero rappresentare le Quattro stagioni. Intorno all’oculo si inseriscono otto medaglie in monocromo seppia con le Storie di Romolo (Nascita, Romolo allattato dalla lupa, Separazione dal fratello, Romolo traccia le mura di Roma con l’aratro, Uccisione di Remo, Ratto delle Sabine, Sacrificio di una giumenta, Romolo appende le armi come trofeo). La costruzione, arricchita da volute, riccioli, poliedri a stella e fiori, si apre in un oculo centrale delimitato da un parapetto prospetticamente scorciato, dove Zanotti nel 1739 ricordava una Deificazione di Romolo di Monti, ridipinta con un’allegoria mitologico-patriottica nel 1881 da Luigi Campini poiché l’originale si era rovinato a causa di infiltrazioni d’acqua (Loda 2003, pp. 42-44). L’intervento ottocentesco è testimoniato da una fotografia storica conservata presso l’Archivio fotografico dei Musei Civici di Brescia risalente al 1969, che documenta la situazione dell’oculo quasi interamente coperto dalla ridipintura con la dea Minerva nelle vesti della città di Brescia, attorniata dalle Muse e incoronata da una vittoria alata con fiamma sul capo che ha le sembianze di Eracle, avvolto dalla leontè. Lechi riferisce che il medaglione rimase inizialmente vuoto e che venne dipinto solo nel XIX secolo (Lechi 1976, pp. 201-202), ma la fotografia pubblicata nel volume de Le Dimore Bresciane mostra già la situazione attuale di stratificazione dei due interventi, visibile poiché dell’intervento campiniano si è conservata solo la parte centrale. È perciò verosimile pensare che la volta sia stata sottoposta a un intervento di restauro negli anni Settanta del Novecento, in seguito al quale sono emerse alcune figure del dipinto originario ai margini del cielo. Risalgono alla fase settecentesca della decorazione pittorica gli otto riquadri delle sovrapporte e soprafinestre con Episodi della storia di Romolo e Remo a grisaille, racchiusi entro cornici in stucco bianco con volute, fiori, lacunari, probabilmente di un artista della stessa équipe di Monti e Orlandi che ha guardato agli affreschi cinquecenteschi eseguiti dai Carracci in palazzo Magnani a Bologna (Loda in Massa 2003, pp. 45-46).

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, pp. 200-202; Brescia pittorica 1700-1760. L'immaginario del sacro, catalogo della mostra (Brescia, Duomo Vecchio, 1981), Grafo edizioni, Brescia 1981, pp. 106-107; Luciano Anelli, Qualche considerazione in risarcimento di Luigi Campini, in “Civiltà bresciana”, a. IX, n. 4/00, dicembre 2000, p. 53; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 42-46; Ilaria Laura Lenzi, Quadratura e decorazione tra Bologna e Brescia: le esperienze di Giovanni Zanardi in alcuni esempi dimenticati, in F. Farneti – D. Lenzi (a cura di) Realtà e illusione nell’architettura dipinta. Quadraturismo e grande decorazione nella pittura di età barocca, Alinea Editrice, Firenze 2006, pp. 255-256;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 280.

Sala 7 Presentazione in Olimpo

Nel primo ambiente al piano nobile dell’ala settentrionale il soffitto è decorato da uno sfondato architettonico con una sorta di mensolone sui toni del rosa, che assume leggere e virtuose forme di tipo rocaille sui toni del giallo, rosso e blu. La finta volta in pietra si apre in un cielo di nubi rosate nel mezzo del quale è dipinta una Presentazione in Olimpo, con protagonista una fanciulla con una corona di fiori sul capo e un ramoscello in mano, avvolta in una veste leggera. L’immagine porta a pensare che si tratti di Flora o una delle due figlie del marchese celebrata in occasione del matrimonio, che viene accompagnata da Venere e Cupido di fronte al consesso degli dei. Sono riuniti al banchetto, di cui si scorgono in alto coppe e suppellettili, Bacco, Ercole e Nettuno nella parte bassa della scena, a sinistra Minerva, Giove e Giunone e a destra Diana e Mercurio, accompagnati da putti che reggono drappi, giocano in cerchio con una sfera dorata o si affacciano dal parapetto scorciato dell’apertura. Gli autori delle quadrature sono stati riconosciuti in Giacomo Antonio e Antonio Francesco Giovannini, che potrebbero aver lavorato a questa sala negli anni trenta del Settecento, forse in concomitanza con il matrimonio di una delle due figlie di Pietro Emanuele Martinengo, Marianna (1727) o Maria Licinia (1731), rappresentata in veste di Flora al cospetto dell’Olimpo (Loda in Massa 2003, pp. 46-47).

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 202; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 46-47;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 280.

Sala 8 Quadratura

La stanza a pianta quadrata si trova al primo piano dell’ala settentrionale ed è adiacente alla sala 11. Presenta un soffitto senza figurazioni, interamente ornato con una finta architettura di cartouches, mensoloni con riccioli, elementi dalle forme vegetali sui toni del rosa, azzurro e giallo e fiori simile alla precedente, assegnata all’operato dei fratelli Giovannini (Loda 2003 in Massa, p. 47).

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 202; Renata Massa, Frescanti e pittori al servizio dei marchesi, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, p. 26; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, p. 47;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 280.

Alcova

L’ultima sala del corridoio al piano nobile dell’ala nord era un tempo l’alcova del palazzo, come suggerisce la suddivisione in due ambienti attraverso un arcone con sovrapporta in legno intagliato a motivi vegetali, dipinto e dorato. La figurazione del soffitto dipinto dell’ambiente che guarda verso il cortile può essere ricondotta al veneziano Francesco Fontebasso, per la composizione a gruppi alternati e per i caratteri di alcune figure tipiche della sua produzione (Loda 2003 in Massa, pp. 47-48). Il medaglione centrale presenta due putti in volo che sollevano il velo azzurro della Nobiltà, donna seduta rappresentata come dama riccamente vestita e adornata di gioielli, reggente una statuetta dorata, con accanto la Verità, che in piedi solleva uno specchio. Sotto di loro, sul lato sinistro una figura femminile, l’allegoria dell’Abbondanza, rovescia delle monete d’oro da una cornucopia, mentre dal lato opposto è raffigurata la Virtù, con luce sul capo e picca, seguita dalla Fama con un serto d’alloro dorato in mano, che caccia il Vizio, figura maschile con un serpente in mano che precipita in basso coprendosi il volto. Attorno al medaglione sono dipinti tondi con figurette all’antica e colonne con capitello a volute che sorreggono la finta architettura violacea del soffitto e affiancano, ai quattro angoli, panoplie militari con picche, bandiere, scudi, elmi e corazze. Ai quattro lati compaiono vasi dorati di fiori, sorretti da basamenti in finto marmo con volute, cartigli, affiancati da coppie di putti in monocromo, seduti o semi sdraiati.

Sara Parisio

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 5: Il Seicento, Edizioni di Storia Bresciana, 1976, p. 202; Angelo Loda, Le decorazioni murali settecentesche in Palazzo Martinengo: proposte per un percorso, in R. Massa (a cura di), Palazzo Martinengo Colleoni di Pianezza e oratorio di San Carlino, Provincia di Brescia, Assessorato alla Cultura, Quaderni 6, settembre 2003, pp. 47-49;

Sara Parisio, Provincia di Brescia, già Liceo Olivieri, già Istituto Tecnico Commerciale “G. Abba”, già palazzo Bargnani, già Martinengo Colleoni di Pianezza, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 280.

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