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Palazzo Suardi, ora Bruni Conter

Palazzo Suardi, ora Bruni Conter

Quasi certamente l’edifico sorge sul terreno ove in origine si trovava la torre medievale dei Calchera, che divenne, attorno al XVI secolo, la dimora della famiglia Maggi del ramo di Pompiano (Lechi 1977, p. 34).La proprietà passò poi nei primi anni del Seicento alla famiglia Suardi, che in seguito, per volere di Fabrizio e Francesco, fece ricostruire entro la prima metà del XVIII secolo il palazzo dall’architetto luganese Antonio Turbini, incaricato successivamente dai due fratelli anche della progettazione di villa “Labirinto” a Chiesanuova.
Tenendo conto del coinvolgimento nella campagna di decorazione dell’edificio del pittore Giacomo Antonio Boni (Zanotti 1739, pp. 232-233; Frisoni 2013, p. 37), è presumibile che i lavori di edificazione della fabbrica siano stati eseguiti durante il terzo decennio del Settecento, sebbenem sia Fausto Lechi,sia Camillo Boselli protendono per una datazione più tarda, compresa tra il 1730 e il 1740 (Boselli 1974, p. 15; Lechi 1977, p. 37).
Successivamente il palazzo, che ebbe anche l’onore di ospitare il poeta Ugo Foscolo durante ilsuo secondo soggiorno bresciano, fu acquistato nel 1885 da Francesco Conter, per passare poi in eredità alla famiglia Bruni. Durante la seconda Guerra Mondiale, l’edificio venne occupato, prima dall’Istituto poligrafico dello Stato e in seguito dal Comando della Polizia Politica, riportando danni negli affreschi e nei pavimenti (Lechi 1977, p. 39).

La pianta dell’edificio è organizzata in tre corpi di fabbrica disposti attorno a un cortile porticato dietro al quale si trova anche un giardino che, grazie al cannocchiale prospettico predisposto da Turbini, è visibile, attraverso atrio e cancellate, dall’entrata del palazzo su via Trieste. Affacciato su questa via, il prospetto principale dell’edificiofa emergere, specialmente nel portale e nel frontone curvilineo, il caratteristico disegno dell’architetto luganese, benché organizzato in maniera sobria e con pochi elementi.
Fa parte del palazzo, anche un piccolo giardino posto al di là della strada,ricavato da una porzione degli orti della famiglia Duranti (Lechi 1977, p. 37), che ospita al suo interno una statua di Nettuno scolpita da Alessandro Calegari (Fusari, in Sava 2012, p. 269, cat. 112).

Dal grande scalone a due rampe, dipinto da  Giacomo Antonio Boni con un medaglione raffigurante la Verità svelata dal Tempo, si giunge nella galleria che, entro una quadratura di Giuseppe Orsoni, ospitala scena mitologica di Selene ed Endimione, sempre opera del pittore bolognese. I medesimi artisti lavorarono ancheall’affresco conAurora che rapisce Cefalo, visibile nel solaio che conserva la decorazione superstite di quello che era un tempo il grande salone da ballo, e al soffitto con il Trionfo di Apollo presente nell’adiacente salone d’onore.Ascrivibili ai due artisti bolognesi, sono anche le ultime due sale a sera del corpo di fabbrica principale del palazzo.A un artista diverso, invece, sono da attribuire le due piccole sale poste nel corpo di fabbrica a mattina del palazzo decorate, nei primi anni dell’Ottocento, con le raffigurazioni mitologiche diPsiche che scopre Amore ed Enea, Anchise e Acanio.La sala posta verso il cortile interno nell’ala est dell’edificio venne affrescata in una terza fase, forse da uno dei pittori coinvolti nella decorazione dell’appartamento vantiniano di palazzo Guanieri.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Gian Pietro Zanotti, Storia dell’Accademia Clementina, Lelio dalla Volpe, 1739, pp. 229-235;

 

Origine e vita di Giovanni Zanardi commorante in Brescia [segue: Vita di Francesco Monti Notizie istoriche della signora Eleonora Monti], a cura di Camillo Boselli, Brescia 1964, pp. 28; 51; 91;

 

Camillo Boselli, Arte e Storia nella Chiesa della Carità a Brescia, Società per la Storia della Chiesa, Brescia 1974, p.15;

 

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, pp. 24-39;

 

Valerio Benacchio, Antonio Rapaggi, Palazzetto Lana, in Itinerario di Brescia neoclassica, 1797-1859, catalogo della mostra “Il mito del decoro privato, architettura neoclassica a Brescia, 1797-1859”, a cura di Francesco Amendolagine, Centro Di, Firenze 1979, p. 196;

 

Giuseppe Sava (a cura di) I Calegari. Una dinastia di scultori nell’entroterra della Serenissima, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo (MI), 2012;

 

Fiorella Frisoni, La decorazione murale e i dipinti settecenteschi della chiesa di Santa Maria della Carità,in “La chiesa di Santa Maria della Carità in Brescia”, UBI Banco di Brescia, Marco Serra Tarantola, Brescia 2013, p. 51;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, pp. 131-133.

Scalone

Nell’ala a sera del palazzo, posto in asse con il portico del cortile interno, si trova il grande scalone d’accesso al piano nobile, organizzato su due rampe con una massiccia balaustra in pietra.
La decorazione, che coinvolge esclusivamente la volta, fu eseguita da Giacomo Antonio Boni durante il suo primo soggiorno bresciano (Zanotti 1739, p.233) che dovette avvenire in un momento compreso tra il 1727, quando il pittore bolognese restaurò la Madonna col Bambino di Nicolò da Voltri nel santuario della Costa a Sanremo (Rotondi 1952, p. 68; Thieme-Becker 1978, p. 544), e il 1730, anno in cui l’artista iniziò i lavori nel palazzo Casareto De Mari a Genova (Thieme-Becker 1978, p.544). Per una datazione più tarda, posteriore al 1737, propende invece Camillo Boselli (Boselli 1974, p. 15), la cui ricostruzione non trova però riscontro in nessuna documentata permanenza bresciana di Boni attorno a quel periodo. Il pittore bolognese, infatti, ritornò a Brescia solo un’altra volta nel 1733 per attendere ai lavori della chiesa di Santa Maria della Carità, che concluse entro l’agosto dello stesso anno (Zanotti 1739, p. 233; Thieme-Becker 1978, p. 544; Frisoni 2013, p. 51).

La parte centrale dell’affresco,che occupa la maggior parte della volta, raffigura, entro un cielo ingombro di nuvole, la Sicurezza seduta a fianco della Verità mentre vienesvelata dal Tempo, i cui attributi, ovvero la clessidra e l’uroboru, sono portati da un putto nelle sue vicinanze. Al di sopra di questo gruppo, poi, si trovano le allegorie delle quattro stagioni, mentre al di sotto vi sono diverse figure alate e due divinità dei venti. Alle due estremità minori, si trovano due balconate sorrette da colonne e lesene, eseguite forse da Giuseppe Orsoni, quadraturista con il quale Boni ebbe un lungo sodalizio.
L’affresco è contenuto entro una cornice mistilinea in stucco, abbellita a sua volta da fasce e motivi vegetali.
Completano la decorazione di questo ambiente due grandi tele appese alle pareti, che narrano episodi della vita di Coriolano, le quali, stando a quanto afferma Fausto Lechi (Lechi 1977, p. 37), furono dipinte nel 1793, in origine per abbellire il salone.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Gian Pietro Zanotti, Storia dell’Accademia Clementina, Lelio dalla Volpe, 1739, pp. 229-235;

 

Pasquale Rotondi, Restauro di un’opera di Nicolò da Voltri, in “Bollettino d’arte”, XXXVII, 1952,p. 68;

 

Camillo Boselli, Arte e Storia nella Chiesa della Carità a Brescia, Società per la Storia della Chiesa, Brescia 1974, p.15;

 

Ulrich Thieme, Felix Becker, Allgemeines Lexikon der bildenden Kunstler von der Antike bis zur Gegenwart, Vol. 4, Veb E.A. Seemann, Leipzig 1978, p. 544-545;

 

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, pp. 28-31;

 

Gian Pietro Zanotti, Storia dell’Accademia Clementina, Lelio dalla Volpe, 1739, pp. 229-235;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 131.

Galleria

Posta sopra il portico del cortile interno e in asse con lo scalone,la galleria è stata decorata da Giacomo Antonio Boni tra il 1727 e il 1730.

La complessa quadratura del soffitto, forse opera di Giuseppe Orsoni, è organizzata su due livelli. Il primo raffigura una loggia continua sostenuta da colonne e arricchita, nei lati corti, da due piccole cupole con lanterna; il secondo, che s’imposta sull’architrave della galleria sottostante, è composto da finestroni, due archi e una grande apertura centrale attraverso la quale si scorge un cielo ingombro di nuvole.
Tra queste nubi sono raffigurati alcuni putti, Eosforo, Selene e, addormentato ai suoi piedi, Endimione assieme al fedele cane da caccia. A suggellare l’amore tra la figlia di Iperione e il re dell’Elide si trova, poco sotto i due, Cupido seduto su una delle traverse della quadratura architettonica, ritratto mentre prende la mira per scoccare una freccia in direzione dell’osservatore.
Similmente al dio dell’amore, nella balaustra della galleria si trovano alcuni putti seduti in varie pose;completano la decorazione frutti, armi, vasi con fiori e, al centro dei lati lunghi, due cornici dorate appese all’architettura entro cui sono raffigurati edifici in rovina. Vedute di rovine si trovano anche sotto le finestre verso il cortile interno, inserite incornici mistilinee poste all’interno di una finta architettura che simula un parapetto.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, p. 31;

Fiorella Frisoni, La decorazione murale e i dipinti settecenteschi della chiesa di Santa Maria della Carità,in “La chiesa di Santa Maria della Carità in Brescia”, UBI Banco di Brescia, Marco Serra Tarantola, Brescia 2013, p. 51;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 131.

Sala da ballo (ora solaio)

L’affresco che ricopre il soffitto dell’ampio solaio raggiungibile attraverso una scala di servizio è ciò che rimane della decorazione che in origine sovrastava il grande salone da ballo, un tempo collegato direttamente alla galleria. Nel 1905, la famiglia Bruni decise di ottimizzare lo spazio settecentesco, probabilmente troppo vasto per le esigenze dl tempo, abbassando il soffitto e creando sei spazi più piccoli, salvaguardando solo in parte il lavoro eseguito daGiacomo Antonio Boni in un momento compreso tra il 1727 e il 1730.
La decorazione, che versa purtroppo in un precario stato di conservazione, occupa l’intera superficie della volta. Al suo centro è rappresentato, entro un cielo carico di nuvole, l’episodio mitologico di Aurora che rapisce Cefalo, ove, oltre ai due amanti, sono raffigurati anche Titone bendato da Cupido (probabilmente ispirati al dipinto su tela che il maestro di Boni, Marcantonio Francheschini, eseguì tra il 1706 e il 1708 sul medesimo tema), diversi putti, alcuni dei quali impegnati a raccogliere la rugiada mattutina versata da due figure femminili e, infine, Eosforo che segnala l’inizio dell’alba.
A fare da diaframma tra lo spazio reale e il cielo ingombro di figure vi è un’elaborata quadratura architettonica di gusto tardo barocco, eseguita probabilmente da Giuseppe Orsoni. All’interno di questa finta architettura, immaginata come un’imponente balaustra sormontata da un grande oculo, trovano posto entro delle nicchie le raffigurazioni delle Quattro stagioni, rappresentate allegoricamente da Flora (primavera), Cerere (estate), Bacco (autunno) ed Eolo (inverno).

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, p. 32;

Fiorella Frisoni, La decorazione murale e i dipinti settecenteschi della chiesa di Santa Maria della Carità,in “La chiesa di Santa Maria della Carità in Brescia”, UBI Banco di Brescia, Marco Serra Tarantola, Brescia 2013, p. 51;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 132.

Salone d'onore

Nel corpo centrale del palazzo, posto a mattina delle stanze inserite al posto della sala da ballo, si trova il grande salone d’onore che, come l’ambiente vicino, venne decorato tra il 1727 e il 1730 da Giacomo Antonio Boni, coadiuvato dal quadraturista Giuseppe Orsoni.

L’intera volta è dipinta con una complessa quadratura di gusto tardo barocco, che termina al centro con un grande oculo aperto verso il cielo. All’interno di questa finta architettura trovano posto, oltre ad alcuni putti e vasi di fiori, le allegorie dei quattro elementi impersonati da Nettuno, Giunone, Efesto e Cibele, collocati entro quattro nicchie abbellite da colonne tortili con capitelli dorati.
L’illuminazione della quadratura si accorda con due distinte fonti di luce, ripsettando i giochi di chiaro e scuro determinati dall’illuminazione naturale della sala provienente dalle tre finestre che si affacciano su via Trieste, e dall’immaginario bagliore proveniente direttamente da Apollo. Al centro della volta, infatti, è rappresentato il Trionfo del dio del Sole accompagnato da diverse divinità quali Saturno, Mercurio, Atena, Marte, Eosforo, Cupido, Venere e Giove. A questi si accompagnano poi alcuni putti, una vittoria alata e, poste sopra Apollo, quattro Muse danzanti.
La decorazione pittorica coinvolge anche le porzioni di parete poste attorno agli infissi delle tre finestre, ornate con finte decorazioni a stucco in gusto rococò che, nel parapetto, comprendono anche vedute paesaggistiche inserite entro cornici mistilinee. Ulteriori paesaggi bucolici popolati da figure impegnate in attività signorili quali passeggiate e battute di caccia sono dipinti in tondi posti entro soprapporta in pietra.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, pp. 31-32;

 

Fiorella Frisoni, La decorazione murale e i dipinti settecenteschi della chiesa di Santa Maria della Carità,in “La chiesa di Santa Maria della Carità in Brescia”, UBI Banco di Brescia, Marco Serra Tarantola, Brescia 2013, p. 51;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 132.

Sala 1 Allegoria della Fama, della Nobiltà e della Vittoria

La decorazione di questa sala, posta a sera di quello che era il grande salone da ballo, coinvolge esclusivamente la volta a schifo efu eseguita tra il 1727 e il 1730 da Giacomo Antonio Boni.
Ad aiutarlo nei lavori fu probabilmente Giuseppe Orsoni, ritenuto l’autore dell’elaborata quadratura architettonica di gusto tardo barocco che occupa tutto il soffitto.Questo complesso trompe l’oeil termina al suo centro in un cielo aperto ove, in volo o seduti su nuvole, si stagliano la Fama, la Nobiltà e la Vittoria che porge una corona d’alloro a una figura maschile in abiti militari, probabilmente un componente della famiglia committente il cui stemma era forse visibile nello scudo tenuto da uno dei due putti poco più in basso. Completano l’affresco una coppia di amorini posti nelle immediate vicinanze della Nobiltà che reggono una cornucopia piena di frutta e altri quattro putti che, seduti sulla trabeazione della quadratura,arricchiscono il significato allegorico della decorazione mostrando vari oggetti simbolici quali una palma, una lancia, uno scudo e una corona d’alloro.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, p. 32;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 132.

Sala 2 Allegoria dell'Immortalità

Posto nell’angolo sud-ovest del corpo centrale del palazzo e attiguo alla sala con la Fama, la Nobiltà e la Vittoria (sala 5), questo ambiente venne decorato da Giacomo Antoni Boni tra il 1727 e il 1730, coadiuvato forse dal quadraturista Giuseppe Orsoni, responsabile della complessa quadratura di gusto rococò che interessa il soffitto e terminain un oculo mistilineo aperto verso il cielo. Al suo interno, seduta su di una nuvola, si scorge l’allegoria dell’Immortalità accompagnata alla sua sinistra da una fenice e alla sua destra da un putto con in mano un ramo di plumeria, entrambi simboli legati al concetto di eternità e rinascita.
Arricchiscono la quadratura, infine, diversi oggetti quali lance, stendardi, elmi, tamburi e frecce posti negli angoli della volta e quattro cornici ovali che, sistemate come se fossero appese all’architettura, raffigurano al loro interno vedute popolate da figure e architetture all’antica.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, p. 32;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 132.

Sala 3 Vestibolo dell'alcova

Il piccolo vestibolo dell’alcova fu realizzato dallo stesso ignoto artista già attivo nella sala adiacente nei primi anni dell’Ottocento (Lechi 1977, p.32).La decorazione non coinvolge solo il soffitto ma anche le pareti, che sono organizzate in diverse specchiature: quelle poste negli angoli presentano un motivo a candelabra con foglie d’acanto, vasi, nastri, piccoli medaglioni ottagonali entro cui sono raffigurati episodi mitologici e, alla base, delle piccole edicole all’interno delle quali sono posti degli amorini in pose diverse. Completano l’ornamentazione delle pareti due soprapporta, uno dipinto con una ninfa distesa su di un fianco entro un’elaborata cornice in finta pietra, mentre l’altro scolpito in bassorilievo con armi e racemi vegetali legati assieme da nastri.
Similmente alle pareti, la decorazione del soffitto prevede una divisione in specchiature. La più grande di queste è posta al centro e vede raffigurati, entro due cornici incrociate tra loro a quarantacinque gradi, Enea, Anchise e Ascanio. Sui lati, poi, vi sono quattro spechiature più piccole abbellite al loro interno da motivi vegetali e cammei. Infine, negli angoli vi sono quattro ovali entro cui sono raffigurate delle menadi danzanti incorniciate da una complessa cornice in finto stucco giocata su diversi motivi vegetali.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, p. 32;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 133.

Alcova

Posta nel corpo di fabbrica orientale, questa alcova e il suo piccolo vestibolo furono decorati da un artista tuttora ignoto nei primi anni dell’Ottocento (Lechi 1977, p. 32) durante una fase di ammodernamento del palazzo al nuovo gusto neoclassico (Boselli 1964, p. 28; Lechi 1977, p.32). Fu durante questa campagna decorativa che, probabilmente, si persero le quadrature delle due camere ove, come ci testimonia egli stesso nella sua autobiografia, lavorò Giovanni Zanardi nel 1743 (Boselli 1964, p.51.)

L’ornamentazione di questo ambiente a pianta rettangolare presenta un finto soffitto a cassettoni organizzato in otto traversi che delimitano nove lacunari. Di questi, entro quelli angolari e di forma quadrata trovano posto le raffigurazioni delle Quattro stagioni, rappresentate tramite busti all’antica circondati da una corona di spighe (estate), di melograni (autunno), rovi (inverno) e fiori (primavera).Nei cassettoni laterali,invece, è dipinto più volte lo stesso motivo a grottesche composta da un vaso, due volatili e motivi vegetali. Oltre a questo tema, i due lacunari sui lati lunghi presentano due piccole cornici ottagonali, al cui interno sono raffigurate vedute bucoliche. Il grande cassettone centrale contiene al centro un grande medaglione ovale dove è rappresentato Psiche che scopre Amore. Negli spazi lasciati liberi dalla cornice, trovano posto due composizioni con nastri che tengono uniti rami d’alloro e, nel primo, strumenti musicali, mentre nel secondo armi.
I temi musicali e militari ritornano anche nei soprapporta scolpiti a bassorilievo che interrompono la fascia continua dipinta nella parte alta delle pareti, la quale a sua volta è decorata con un motivo a rami di vite che ricompare anche nelle travi del finto motivo a cassettoni.

Edoardo Lo Cicero

Bibliografia

Origine e vita di Giovanni Zanardi commorante in Brescia [segue: Vita di Francesco Monti Notizie istoriche della signora Eleonora Monti], a cura di Camillo Boselli, Brescia 1964, pp. 28; 51; 91;

Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol. 6: Il Settecento e il primo Ottocento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1977, p. 32;

Edoardo Lo Cicero, Palazzo Bruni Conter, già Suardi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 133.

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