ProvenienzaPalazzo Torelli, Mantova
AutoriScuola di Giulio Pippi, detto Giulio Romano
UbicazioneMuseo degli Affreschi "G.B. Cavalcaselle"
Restauri1832 stacco a cura di Pietro Dovati
1982 restauro di Romano Pedrocco e Sergio Stevanato
2010 restauro di Pierpaolo Cristani
I sei frammenti con storie mitologiche (figg. 1-6) attribuite alla scuola di Giulio Romano (Marinelli 1985, pp. 29-34) furono staccati dalle pareti interne di un palazzo di Mantova nel 1832. Il piccolo gabinetto dipinto infatti era sopravvissuto alla devastazione di un incendio che aveva interessato gran parte dell’edificio, risparmiando miracolosamente solo le pitture murali oggetto di questo studio (Berzaghi 1989, p. 453). Cessata l’emergenza dell’incendio, fu giudicata necessaria la demolizione della fatiscente struttura scampata alle fiamme, portando il capomastro incaricato dell’intervento, Piero Dovati, a pianificare la rimozione delle pitture murali incolumi (figg. 8-10-13-15-18-21), che furono consegnate al proprietario dell’edificio, Pietro Tommasi, dopo lo stacco (Berzaghi 2018, p. 315). I lacerti non rimasero tuttavia a lungo in territorio mantovano poiché, di lì a poco, furono acquisiti dal collezionista veronese Andrea Monga, divenendo, in seguito, parte della collezione di opere d’arte che nel 1904 fu donata al museo civico veronese. Nonostante alcuni lacerti conservino le cornici a stucco originali, è necessario avvalersi dei disegni di Andrea Cristofori per poter ricostruire idealmente l’originale conformazione del gabinetto di appartenenza delle opere. La disposizione delle storie prevedeva <em>Marsia scorticato da Apollo</em> e la <em>Gara tra Apollo e Pan</em> collocati sui lati lunghi di una volta a schifo, mentre <em>Diana e Atteone</em> e il <em>Giudizio di Paride</em> nelle testate. Il soffitto presentava il riquadro con <em>Nettuno e Anfitrite</em> e, infine, il tondo con l’<em>Allegoria dell’Architettura</em> ornava la parete posta al di sopra del camino. Le iconografie sono ricordate da una serie di incisioni di G. Bignami derivate da disegni di Giulio Romano, oggi conservati a Chatsworth presso la Devonshire collection (figg. 7-12-14-17-20-22). Le fotografie storiche conservate presso l’Archivio del Museo degli affreschi G.B. Cavalcaselle mostrano le condizioni precarie delle opere prima degli interventi di restauro documentati (figg. 9-11-16-19-23), che non restituiscono chiare informazioni sulla stanza di provenienza delle pitture. Oggi, nonostante la decontestualizzazione delle opere, è possibile immaginare l’originaria conformazione del gabinetto e la collocazione dei partimenti grazie all’intervento di restauro del 1982 (figg. 23-24-25), che ha restituito la curvatura originaria i riquadri che ornavano la volta.
Gli affreschi staccati nel 1832 da Dovati furono montati, in epoca più recente, su pannelli di alluminio, forse nel 1982 quando sulle opere intervennero Pedrocco e Stevanato. Le opere furono assemblate con le cornici modellate, staccate in modo frammentario e ricomposte con superfetazioni contemporanee. Nel 2010 le opere furono oggetto di un secondo restauro curato da Pierpaolo Cristani (Archivio del museo G.B. Cavalcaselle, Relazione di restauro di Pierpaolo Cristani, 2010).
L’intonaco era percorso da crepe e fessurazioni più e meno profonde mentre la superficie pittorica era offuscata dai depositi di polvere che scurivano le immagini e da un fissativo steso in occasione di un restauro precedente. Il genio dell’architettura era coperto nella parte destra da uno spesso strato di polvere, soprattutto nelle aree in cui la pellicola pittorica si presenta abrasa e soggetta a ridipinture alterate nei toni. Molto abrasa era anche la pellicola pittorica di <em>Nettuno e Anfitrite</em>, stuccato con malte di diversa natura: alcune di sabbia e calce probabilmente risalenti all’epoca dello stacco, altre di sabbie e legante acrilico e colorate di giallo. Quest’ultima tipologia è stata largamente utilizzata per stuccare le lacune dei partimenti. Alcune stuccature erano state realizzate in cemento e sono oggi impossibili da rimuovere meccanicamente senza inficiare la pellicola pittorica circostante. Le ridipinture sono particolarmente presenti nel terreno, dove il verde è stato reintegrato in maniera diffusa in diversi pannelli.
Oltre alla spolveratura e al controllo dello stato di adesione degli strati, sono stati eseguiti interventi di consolidamento della pellicola.
La superficie pittorica è stata pulita con alcool etilico ed acetone in parti uguali con piccoli tamponi di cotone idrofilo, con l’asportazione della parte superficiale del fissativo e la polvere inglobata. La ridipintura verde si è rivelata molto resistente ai solventi e distribuita in aree particolarmente abrase e lacunose, per questo motivo Crsitani scelse di non procedere alla sua asportazione.
Le cornici sono state pulite con acqua distillata e pennellini morbidi per eliminare la polvere ma non la ridipintura volta ad omogeneizzare l’aspetto dell’opera.
Dopo l’asportazione delle stuccature con legante acrilico, le lacune furono stuccate con malta di calce, sabbia di granulometria sottile e carbonato di calcio, stesa a livello.
L’integrazione pittorica è stata eseguita a velatura con colori ad acquerello adeguando cromaticamente a neutro le lacune più grandi e la stuccatura del bordo tra gli affreschi e le cornici (figg. 26-46).
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Giulia Adami</em>
Bibliografia<em>Monumenti di pittura e scultura trascelti in Mantova o nel suo territorio</em>, Mantova 1827; <em>Dipinti nuovamente scoperti d’invenzione di Giulio Romano i quali servono di appendice ai Monumenti Mantovani</em>, Mantova, 1832; S. Marinelli, <em>Gli affreschi di Palazzo Torelli a Mantova</em> in "Quaderni di Palazzo Te", II, gennaio-giugno 1985, Modena 1985, pp. 29-34; R. Berzaghi, scheda in <em>Museo di Castelvecchio. Catalogo generale dei dipinti e delle miniature delle collezioni civiche veronesi</em>, II, Cinisello Balsamo 2018, pp.314-316, n. 379.