L’accesso all’edificio, fatto edificare a partire dal 1544 per volontà dei fratelli Giovanni Andrea, Leandro, Mario e Fulgenzio Averoldi, avviene tramite due portoni. Il primo è quello su via Moretto, composto da un semplice bugnato ornato solo da due teste di Medusa e collocato entro una facciata asimmetrica ed essenziale. Questo portale immette al cortile di servizio antistante il palazzo vero e proprio, organizzato su di una pianta a U raccolta intorno ad un cortile porticato, al qual è possibile accedere direttamente attraverso un secondo portone posto su contrada Santa Croce. Il portico è scandito da sedici arcate (sei nel corpo centrale e cinque nelle ali laterali) sorrette da colonne toscane, mentre la facciata del piano nobile si presenta divisa da lesene ioniche in scomparti, nei quali si collocano le finestre.
Il progetto, sostiene Lechi, potrebbe essere un lavoro giovanile di Lodovico Beretta (Lechi 1974, p.313).
Il palazzo ad inizio Settecento risultava diviso in due blocchi, nell’ala est dimoravano Aliprando Averoldi e la moglie Cecilia Schietti, mentre nel corpo centrale e nell’ala ovest si trovavano i fratelli Vincenzo, Antonio e Barbara Averoldi. Dei tre fratelli i due maschi non lasciarono eredi, mentre la sorella sposandosi con Ferdinando Chizzola del ramo di Ebrusco diede alla luce tre figli: Giuseppe, Faustino e Ottavia.
Diviso tra due famiglie diverse, il palazzo fu soggetto in quegli anni ad alcune modifiche architettoniche. Gli Averoldi innalzarono tutto il primo piano sopra il portico est, che in origine doveva probabilmente avere una terrazza. I segni di questi lavori si possono scorgere dalla facciata su contrada Santa Croce, dove il risvolto del primo piano originale è ancora identificabile grazie al fianco di una lesena ionica in marmo ancora visibile (Lechi 1974, p. 324). I Chizzola invece, possessori di una parte ben più estesa del palazzo, ricavarono nel corpo di sera uno scalone a due rampe e ridussero contemporaneamente il volume del salone d’onore del corpo centrale, impegnandosi poi, soprattutto Giuseppe e Faustino, nel rinnovamento delle decorazioni al nuovo gusto neoclassico.
La decorazione delle sale del primo piano nobile si svolse in tre momenti diversi, compresi tra il 1788 e il 1796 e venne affidata ai pittori Giuseppe Teosa, Saverio Gandini, Francesco Tellaroli e Giuseppe Manfredini. Altre sale affrescate sono presenti nel pian terreno dell’ala est, decorate nel corso del Cinquecento da Romanino e Gambara.
In seguito la proprietà dell’intero palazzo tornò esclusivamente alla famiglia Averoldi; Giuseppe e Faustino Chizzola infatti non ebbero eredi, mente la sorella, che aveva sposato l’ultimogenito di Aliprando e Cecilia, Ettore Averoldi, diede alla luce Cesare.
Il palazzo è oggi proprietà della Fondazione Casa di Dio.
Provenendo dallo scalone posto a ovest del corpo principale del palazzo, la prima stanza che s’incontra è il grande Salone d’onore decorato da Giuseppe Manfredini e Giuseppe Teosa con La Gloria militare di Giovan Battista Chizzola. Seguono poi, continuando verso mattina, la Sala dei Quadri, la Sala cinese, una sala con decorazioni a grisaille eseguita da Francesco Tellaroli (Sala 1) e infine, nell’angolo nord-est del palazzo, una sala ove Teosa raffigura Venere e Cupido (Sala 2) e, per opera dello stesso autore, un piccolo ambiente che nel soffitto vede rappresentati Mercurio e Aurora (Sala 3).
Poste tra questa enfilade di sale e quella che era la galleria, rimangono tre ambienti decorati da Tellaroli (Sala 4; Alcova) e Teosa (Sala 5). Della Galleria, invece, che si presenta oggi frazionata in ambienti più piccoli, rimane traccia di solo una porzione della decorazione, realizzata da Teosa nel 1974.
Infine, poste nel corpo a sera del palazzo, vi sono altre tre sale ornate da Giuseppe Manfredini tra il 1794 e il 1796. Nella prima (Sala 6), colpita purtroppo dai bombardamenti del 1945, rimane traccia solamente di una piccola parte delle decorazioni, mentre le altre due, sostanzialmente integre, vedono raffigurati nei soffitti i temi di Giunone che scatena i venti (Sala 7) e di Cerere alla ricerca di Proserpina (Sala8).
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Paolo Brognoli, Nuova Guida per la Città di Brescia, Brescia 1826, pp. 201-202;
Camillo Bosselli, Asterischi bresciani la decorazione settecentesca di Palazzo Averoldi in contrada S.Croce in Brescia, in “Arte Lombarda”, n. 17, 1972, pp. 96;
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, VoI.3, Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, pp. 312-330;
Marco Tanzi, Problemi di neoclassicismo bresciano: Giuseppe Teosa tra committenza religiosa e privata, in “Itinerari”, n. 3, 1984, pp. 93-94;
Marco Tanzi, Aspetti della pittura neoclassica in Lombardia tra Rivoluzione e Restaurazione: Giuseppe Manfredini(1789-1815), “Ricerche di storia dell’arte”, n. 26, 1985, pp. 74-93;
Barbara Bettoni, I beni dell’agiatezza. Stili di vita nelle famiglie bresciane dell’età moderna, Franco Angeli, Milano 2005, pp. 45-124;
Bernardo Falconi, Brescia. L’estro della decorazione neoclassica e romantica (1780-1862), in Ottocento Lombardo, arti e decorazioni, a cura di F. Mazzocca, Milano 2006, pp. 181-205;
Giuseppe Merlo, “Libro Fabbrica in Brescia a S.ta Croce”: il cantiere neoclassico dei nobili Chizzola a palazzo Averoldi (1788-1791), in “Paragone Arte”, n. 103, 2012, pp. 48-63;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n. 3, 2016, pp. 121-143;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, pp. 99-102.
Sale
Salone d'onore
Il salone d’onore, posto nel corpo centrale del palazzo e rivolto verso il cortile, è la prima stanza che si incontra nella galleria provenendo dallo scalone d’onore.
La sala è impostata su una pianta rettangolare coperta da una volta a schifo ed è riccamente decorata in stile neoclassico. Gli affreschi vennero realizzati nel 1796, in concomitanza con la terza campagna decorativa finanziata dalla famiglia Chizzola, che interessò il lato a sera del corpo principale del palazzo.
La decorazione delle pareti venne affidata a Giuseppe Manfredini, il quale immaginò una complessa quadratura achitettonica articolata su un doppio ordine di loggiati, che hanno lo scopo di regolare lo sviluppo in altezza della sala e di dilatare lo spazio attraverso finti emicicli che si aprono nelle pareti maggiori. A causa della presenza di porte e finestre che limitano la superficie a disposizione, le pareti minori sono organizzate con rientranze a pianta rettangolare di dimensioni inferiori. Le rientranze di tutte e quattro le pareti presentano delle nicchie sormontate da bassorilievi in porfido raffiguranti gruppi di uomini togati; entro le nicchie sono collocate statue all’antica la cui scelta dei soggetti non sembra seguire un preciso programma iconografico: alcune figure rimandano ad allegorie o divinità classiche, altre, prive di attributi, non sono identificabili.
L’unità delle pareti è garantita da un fregio con putti e festoni di fiori che corre lungo tutto il perimetro della sala, inframmezzato da lesene con capitello corinzio.
Completano la decorazione del primo livello cinque sopraporta raffiguranti vasi all’interno di nicchie, le cui ombre sono perfettamente integrate con la fonte di luce reale proveniente dalle due finestre della parete nord.
Il secondo livello è immaginato come un loggiato con copertura a lacunari, sorretto da una sequenza regolare di colonne e pilastri e delimitato da un parapetto con balaustrini dorati.
Sulla trabeazione sostenuta dalle colonne del secondo livello si imposta una balaustra, al di sopra della quale viene raffigurato un cielo aperto come se la stanza fosse un cavedio antico. La visione del cielo è però preclusa da un finto arazzo raffigurante, entro un bordo con un festone di fiori e frutti di impostazione raffaellesca, La gloria militare di Giovan Battista Chizzola dove durante un concitato assalto a delle mura si scorge librarsi sopra la battaglia l’allegoria della Fama, che oltre agli attributi classici della corona d’alloro e la tromba porta con sé lo stemma araldico dei Chizzola.
Le imprese eroiche dell’antenato vengono richiamate anche nelle due iscrizioni dipinte negli architravi tra pian terreno e primo piano del lato occidentale ed orientale.
Se la decorazione delle pareti è senza ombra di dubbio opera di Manfredini, come prova l’iscrizione “IOSEPH MANFREDINI PINCSIT A.D. 1796” collocata nello scudo di una delle statue della parete minore sud, risulta essere più complessa l’attribuzione dell’episodio narrato nella volta; se Lechi assegna l’intera stanza a Manfredini (Lechi 1974, p.321), Merlo sostiene che la decorazione della volta sia stata eseguita molti anni prima rispetto alle pareti da Saverio Gandini, basando il suo ragionamento su un pagamento a favore del pittore avvenuto nel 1789 (Merlo 2012, p.59).
Tuttavia la perfetta integrazione tra pittura della volta e delle pareti, le perplessità riguardo al fatto che la famiglia Chizzola richiedesse due interventi diversi nello stesso ambiente in un lasso di tempo così breve, ed un saldo a favore di Giuseppe Teosa per una “medaglia fatta nella sala superiore” datato 1796, farebbero pensare che Manfredini e Teosa abbiano lavorato in concerto alla decorazione del salone d’onore, il primo occupandosi delle pareti, il secondo della volta (Cretella 2016, p.138).
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, p. 321;
Merlo, “Libro Fabbrica in Brescia a S.ta Croce”: il cantiere neoclassico dei nobili Chizzola a palazzo Averoldi (1788-1791), in “Paragone Arte”, n. 103, 2012, pp. 53-55;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n. 3, 2016, pp. 133-138;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 101.
Sala dei quadri
La “Sala dei quadri”, così chiamata perché probabilmente un tempo adibita ad ospitare una parte importante della collezione della famiglia Averoldi, si trova nel corpo centrale della fabbrica tra il Salone d’onore e la “Sala cinese”.
L’aggiornamento della sala al gusto neoclassico avvenne nel 1796, in concomitanza con la terza campagna decorativa voluta dalla famiglia Chizzola.
La decorazione si configura come una composta quadratura architettonica che interessa unicamente la volta. La parte inferiore presenta una cornice composta da una modanatura semplice a kyma e da un fregio con motivo a girali d’acanto e vasi, reso tramite un tenue monocromo grigio su sfondo scuro, interrotto da riquadri con figure a cammeo dipinto ( quelle sui lati maggiori rappresentano delle generiche figure distese,mentre quelle sui lati minori mostrano ad est Mercurio e ad ovest una figura alata con in mano una tavola dove è riportato. “IOSEPH TEOSAS FEC.”)
Negli angoli della volta si trovano piccole composizioni in grisaille con cigni nell’atto di beccare della frutta in un grande vaso, posti al di sotto di specchiature decorate con un motivo a grottesche vivacemente colorato. Al centro dei lati maggiore e minore si trovano medaglioni raffiguranti Amore, Psiche, Venere e Adone, racchiusi entro cornici mistilinee in finto stucco dorato, circondate da motivi vegetali e maschere grottesche.
Al centro del soffitto si trova il riquadro principale con Amore e Psiche racchiuso entro una doppia cornice ottagonale, la prima di ispirazione vegetale e la seconda impostata su di un modulo geometrico.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Paolo Brognoli, Nuova Guida per la Città di Brescia, Brescia 1826, pp. 201-202;
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, pp. 321;
Marco Tanzi, Problemi di neoclassicismo bresciano: Giuseppe Teosa tra committenza religiosa e privata, in “Itinerari”, n. 3, 1984, pp. 93-94;
Barbara Bettoni, I beni dell’agiatezza. Stili di vita nelle famiglie bresciane dell’età moderna, Franco Angeli, Milano 2005, pp. 45-124;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, p. 138;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 100.
Sala cinese
La “Sala Cinese”, così chiamata per via del tema iconografico che vi si svolge, venne interessata da due interventi decorativi diversi: il primo si svolse intorno al 1788 per opera di Saverio Gandini, il secondo fu invece affidato dalla famiglia Chizzola a Giuseppe Teosa, che vi lavorò nel 1796.
Questo ambiente rappresenta un unicum all’interno della tradizione pittorica bresciana, pur collocandosi all’interno del fenomeno orientaleggiante che interessò la cultura europea già dal finire del XVII secolo
La parte inferiore delle pareti è dipinta in grisaille con riquadri a grottesche realizzati intorno al 1788 da Saverio Gandini, responsabile anche del fregio superiore e dei riquadri in monocromo del soffitto, dipinti con girali d’acanto e figure tratte dal repertorio delle grottesche. L’intervento neoclassico venne successivamente modificato con l’inserimento dei pannelli lignei ad imitazione della lacca animati da figure ed animali in stile orientale, resi in oro su sfondo verde, che rivestono le pareti e si inseriscono con equilibrio negli spazi tra le porte,le finestre e le specchiature. Questi pannelli, ritenuti da Lechi come originali (Lechi 1974, p.321), furono verosimilmente realizzati da manifatture veneziane o milanesi, dove motivi cinesi venivano già riprodotti ad esempio nelle maioliche settecentesche di Pasquale Rubati o Felice Clerici (Cretella 2016, p.142).
Quattro sopraporta, dipinti su tela da Giuseppe Teosa, mostrano le vicende di una giovane coppia orientale: un corteo nuziale, un rito religioso, un banchetto ed una cerimonia del tè ambientata in un giardino.
Il racconto prosegue anche nel soffitto piano, occupato da un telero, sempre opera del Teosa, raffigurante ilcorte nuziale. Lo spazio circostante ospita, oltre ai già citati riquadri del Gandini, sei pannelli imitanti lacche cinesi dipinti con gli stessi motivi delle pareti.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1974, p. 321;
Marco Tanzi, Aspetti della pittura neoclassica in Lombardia tra Rivoluzione e Restaurazione: Giuseppe Manfredini(1789-1815), in “Ricerche di storia dell’arte”, n. 26, 1985, pp. 83;
Bernardo Falconi, Brescia. L’estro della decorazione neoclassica e romantica (1780-1862), in Ottocento Lombardo, arti e decorazioni, a cura di F. Mazzocca, Milano 2006, pp. 186;
Giuseppe Merlo, “Libro Fabbrica in Brescia a S.ta Croce”: il cantiere neoclassico dei nobili Chizzola a palazzo Averoldi (1788-1791), in “Paragone Arte”, n. 103, 2012, pp. 58;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 138-142;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 100.
Sala 1
La sala, in passato adibita “ad uso Libreria”, venne affrescata tra il 1788 ed il 1791 probabilmente da Tellaroli, anche se non si esclude l’intervento di Saverio Gandini, il quale, secondo il libro dei conti della famiglia Chizzola, venne pagato per “dipingere la camera verde superiore”.
La decorazione, che interessa solo la volta ed una piccola porzione delle pareti, mostra fregi dipinti in grisaille su fondo verde chiaro: quello collocato nella parte superiore delle pareti è scandito dalla ripetizione regolare di girali d’acanto, gufi e palmette; l’altro, collocato nella fascia perimetrale del soffitto, presenta candelabri, arpie, foglie d’acanto e otto riquadri, due per lato, in cui vengono rappresentati strumenti musicali e armi.
Al centro della volta si trova un rosone con motivo a palmette, circondato da un tema a grisaille di girali d’acanto e candelabri.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, pp. 324;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 123;
Sala 2 Venere e Cupido
Tra gli ambienti della zona a mattina del corpo centrale, la sala posta nell’angolo nord-est è quella che conserva meglio le decorazioni pittoriche eseguite tra il 1788 e il 1791 in concomitanza con il rinnovamento in chiave neoclassico di questa parte del palazzo.
Uniche tracce superstiti della decorazione parietale sono alcune tracce di affresco sotto l’intonaco, la cui leggibilità è però nulla, e quattro sopraporta, dipinti da Teosa, raffiguranti menadi di ispirazione classica entro una cornice ovale dorata, incastonata in una quadratura architettonica scandita da una modanatura semplice.
Meglio conservata è la decorazione del soffitto, al centro del quale si trovano Venere e Cupido entro una cornice dorata ovale racchiusa da una doppia modanatura, dove tra l’una e l’altra Tellaroli inserisce un motivo vegetale in finto stucco policromo sopra ad un tenue sfondo rosa.
Negli angoli sono inseriti quattro grandi riquadri a spicchio dove si svolge un motivo di lire e girali d’acanto in finto stucco dorato su sfondo blu, anch’essi racchiusi entro una cornice dorata ed una doppia modanatura.
Completano la decorazione quattro specchiature, arricchite da un motivo vegetale policromo, il cui profilo segue le ellissi formate dell’intersezione della modanatura dell’ovale centrale con quella dei riquadri angolari.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1974, pp. 322;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 122;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 99.
Sala 3 Mercurio e Aurora
Questa stanza, che è oggi un piccolo gabinetto annesso alla sala con Venere e cupido, conserva nella parte superiore delle pareti e nel soffitto una decorazione ad affresco ascrivibile alla mano di Teosa, databile tra il 1788 ed il 1791
Purtroppo l’integrità degli ornamenti pittorici risulta gravemente deteriorata sulla parete ad est, dove l’apertura di una finestra in epoca successiva ha interrotto la leggibilità e la simmetria della decorazione.
Sopra ad un basamento continuo poggiano otto cariatidi (oggi ne sono visibili solo sette) e quattro lesene con decoro a candelabra (distribuite due per ogni lato maggiore, e delle quali oggi visibili solo tre).
Il basamento è arricchito da maschere femminili e bassorilievi decorati con putti in atteggiamenti concitati.
La scelta di ritrarre gli amorini in tal maniera richiama i soggetti dei tre riquadri superstiti alle pareti collocati tra le cariatidi entro ad una semplice cornice dorata, in essi si svolgono le scene di Venere e Cupido in atto di scagliare le sue frecce, Musa colpita da una freccia di Cupido e Cupido punito e disarmato.
Il tema del dio dell’Amore battuto conosceva, tra XVII e XVIII secolo, una discreta fortuna letteraria come ad esempio nel Trionfo d’Amore di Metastasio (1765).
Il centro del soffitto piano è ornato da un medaglione ovale con cornice di alloro raffigurante Mercurio e Aurora tra amorini.
Il medaglione si inserisce all’interno di una specchiatura che nei lati minori lascia spazio ad un ampia cornice, dove trovano posto due fregi con girali d’acanto e teste interrotti dall’ inserimento, al centro, di due piccoli riquadri esagonali dipinti a grisaille, in cui viene richiamato nuovamente il tema di Venere e Cupido.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, p. 122-123;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 99-100.
Sala 4
Questa sala, collocata nel lato est del corpo centrale del palazzo, venne probabilmente affrescata da Tellaroli tra il 1788 ed il 1791.
La decorazione coinvolge solo il soffitto dove, sopra ad un tenue sfondo verde, si svolge una serie di riquadri contenenti motivi in stile pompeiano.
Le pareti, oggi spoglie, erano rivestite in origine da tappezzerie in seta e, su quella ad est, si conserva ancora una caminiera ed una specchiera con cornice, in legno intagliato e dorato, di gusto neoclassico.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1974, pp. 322-324;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 124;
Alcova
Questa sala, posizionata nel corpo centrale della fabbrica tra la Galleria e la sala 4, è stata interessata nel corso del tempo da diversi interventi di trasformazione (testimoniati soprattutto dalle porte di forme e dimensioni differenti, in qualche caso anche tamponate) che hanno minato l’integrità delle decorazioni.
I danni subiti dagli affreschi rendono difficoltoso risolvere i problemi attributivi laddove neppure gli archivi appaiono chiarificatori a riguardo: se infatti nel Libro Fabbrica in Brescia a Sta Croce (Brescia, Archivio di Stato [=ASBs], P.L. Casa di Dio, b.318) una nota riferita a dei pagamenti a favore di Tellaroli potrebbe essere collegata a questa decorazione, all’interno di documenti ottocenteschi si rintraccia anche l’intervento di un ignoto pittore Pivetti. Fausto Lechi propone invece che la sala possa esser stata decorata da Saverio Gandini (Lechi, p. 324).
Nella parte bassa delle pareti si trova uno zoccolo dipinto a finto marmo sul quale poggiano otto lesene con motivi a candelabra che sorreggono un fregio, dipinto a monocromo con foglie d’acanto, vasi apodi ed anfore circondate da corone di foglie di quercia.
Nelle campiture tra una lesena e l’altra sono collocati nella parte superiore delle pareti dei drappi, che sostengono cesti di frutta, animali, fiori,insegne romane, strumenti musicali e da cui pendono gioielli stile impero. Il colore di fondo della parete in corrispondenza del festone si presenta più chiara rispetto al resto della parete, cui unica altra decorazione sono alcuni fiori posti sopra la zoccolatura che vanno a sovrapporsi a precedenti composizioni vegetali in monocromo verde; questi dettagli sembrerebbero indicare una ridipintura della porzione sottostante delle pareti.
Completano la decorazione delle pareti due sopraporta raffiguranti una natura morta con piante e animali.
La volta è dipinta come fosse un pergolato con travi ricoperte da festoni di fiori e foglie che sostengono veli trasparenti, e dove cime di varie specie di piante si lasciano intravedere sul cornicione.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, 1974, pp. 324;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 123-124;
Sala 5
Posta tra la “sala cinese” e la galleria, questa stanza è stata decorata da Giuseppe Teosa nel 1796, durante l’intervento di trasformazione voluto dai fratelli Chizzola.
La decorazione, molto semplice e sobria, vede nella volta l’applicazione di motivi vegetali e nastri in stucco e nelle pareti quattro riquadri, dipinti a grisaille e racchiusi entro cornici con perle e fusi sostenute da nastri, che raffigurano: Pigmalione innamorato della statua di Galatea, Perseo e Andromeda, Leda e il cigno e Orfeo incanta gli animali.
Le tinteggiature pastello che si vedono su pareti e soffitto sono state applicate in tempi successivi.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, p. 142;
Galleria
Quella che un tempo era la Galleria rivolta verso il cortile d’onore si presenta oggi frazionata in sette piccole stanze che non conservano più tracce delle decorazioni settecentesche ad eccezione di un piccolo ambiente posizionato nell’estremità a mattina e separato da una parete vetrata, utilizzato ora come ingresso secondario alle sale del corpo centrale.
Questa sala conserva nella campata un medaglione opera di Teosa che, racchiuso entro una cornice quadriloba con modanatura a ovoli e dardi, mostra tre putti impegnati in un girotondo aereo.
La paternità delle decorazioni della Galleria è certa grazie ad un documentato pagamento avvenuto il 4 ottobre 1794 a favore di Teosa (ASBs, Archivio Storico Civico, Archivio di Faiglie Diverse, Averoldi, p. 21, Fabbrica a Santa. Croce). Tuttavia in origine la famiglia Chizzola incaricò di questi lavori Tellaroli, il quale, sebbene nel 1791 se ne assumesse ufficialmente l’impegno, li lasciò probabilmente interrotti.
Nelle pareti sopravvivono anche delle lesene con motivi a candelabra ed una fascia a cassettoni che corre attraverso la campata. Lo stile di queste quadrature, rese attraverso un severo monocromo grigio, è molto lontano dal segno leggero utilizzato sia di Tellaroli che da Teosa, tanto da far ipotizzare la presenza di un ignoto quadraturista attivo durante l’Ottocento (Cretella, p. 127).
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, p. 324;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, Pp. 124-127;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 100.
Sala 6
Parzialmente interessata dai danni di un bombardamento aereo che colpì la città di Brescia la notte del 24 febbraio 1945, questa sala conserva ancora oggi parte delle decorazioni che Giuseppe Manfredini dipinse tra il 1794 ed il 1796.
L’integrità dell’apparato decorativo è comunque ancora apprezzabile grazie ad una foto storica conservata presso l’Archivio fotografico Civici Musei d’Arte e Storia di Brescia, che mostra come la decorazione interessasse tutte le superfici della volta e delle pareti.
Delle pareti, un tempo suddivise in specchiature con motivi a candelabra e grottesche racchiuse entro cornici con decori vegetali, rimane solo un sopraporta raffigurante l’Incontro di Edipo con la Sfinge.
Nella parte superiore delle pareti, dove oggi si vede un finto cornicione movimentato da una modanatura a kyma ionico con ovoli e lancette e da un astragalo a perline, si sviluppava in origine un fregio continuo con putti, cigni e motivi vegetali.
La volta a botte era suddivisa in vele, lunette e riquadri tramite un intreccio di fasce e cornici con grottesche e motivi vegetali identici a quelli adottati per le pareti.
Nelle lunette e nelle vele Manfredini inserì scene ispirate al mondo classico e mitologico oggi apprezzabili solo nel lato meridionale della sala. Nel lunettone posto in corrispondenza del sopraporta superstite viene raffigurata la Lotta tra Ercole e Anteo davanti ad Atena e a Gea, mentre nelle vele vi sono tritoni e creature fantastiche.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, p. 321;
Giuseppe Merlo, “Libro Fabbrica in Brescia a S.ta Croce”: il cantiere neoclassico dei nobili Chizzola a palazzo Averoldi (1788-1791), in “Paragone Arte”, n. 103, 2012, pp. 59;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 127-130;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 100.
Sala 7 Giunone scatena i venti
Questa sala, posizionata nell’angolo che guarda verso il cortile d’onore del braccio a sera del palazzo, venne riccamente decorata da Manfredini nel 1795, come attesta l’iscrizione “JOSEPH / MANFREDINUS / PICTOR MED.S F. 1795” collocata nella facciata della capanna dipinta sulla parete occidentale.
Nelle pareti sono presenti otto riquadri con scene di genere legate al tema delle Stagioni in cui lo scorrere del tempo viene raccontato attraverso le varie mansioni del lavoro nei campi, a cominciare da quelle estive dove viene rappresentata la mietitura e la conseguente misura del grano compiuta sotto lo sguardo vigile del padrone, poi quelle autunnali legate alla vendemmia e quelle primaverili della potatura e dell’innesto degli alberi da frutto e la raccolta dei fiori, per giungere infine alla raccolta della legna in inverno. In queste scene contadini e gentiluomini sono colti nei più minuti dettagli della vita quotidiana, rivelando così l’attenzione di Manfredini verso quella pittura di realtà proveniente da artisti lombardi come Giacomo Ceruti e Antonio Cifrondi.
Completano la decorazione delle pareti due sopraporta collocati nelle pareti minori, in uno viene rappresentato Apollo che scuoia Marsia e nell’altro Mercurio che dona la cetra ad Apollo. Si tratta di temi già affrontati da Manfredini nella “camera rossa” di palazzo Stanga Trecco di Cremona (1791), citando puntualmente,nel caso bresciano, le decorazioni di soggetto analogo dipinte da Annibale Carracci nella galleria Farnese a Roma.
Il soffitto è decorato con una quadratura architettonica aperta illusionisticamente sul cielo, dove volteggia Giunone che scatena i venti. Le fasce laterali sono invece scandite da costoloni, che formano delle vele angolari decorate con motivi animali e vegetali, e nicchie, contenenti festoni di fiori e coppie di putti in atteggiamenti giocosi. Tra le nicchie si inseriscono quattro riquadri con soggetti mitologici, ovvero la Fuga di Enea da Troia in fiamme, le Arpie rubano il cibo dalla tavola di Fineo, Teti che tempra la spada di Achille e Perseo che taglia la testa di Medusa. Nella finta trabeazione che regge la volta si colloca infine un fregio con rami di vite, maschere e canestri di frutta.
Nella decorazione della volta si riconferma l’importante influenza che la pittura bolognese ebbe per Manfredini. L’impianto architettonico dipinto per questa sala riprende infatti i modelli della volta del bolognese palazzo Poggi, affrescata da Pellegrino Tibaldi a metà Cinquecento, e quelli della galleria Farnese decorata da Annibale Carracci. Quest’ultimo è citato da Manfredini anche nell’ impostazione dell’episodio con Perseo, in quello della fuga di Enea e nell’attacco delle Arpie, il primo ripreso da una lunetta del camerino Farnese e gli altri due dalle decorazioni di palazzo Fava a Bologna.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, p. 321;
Tanzi, Aspetti della pittura neoclassica in Lombardia tra Rivoluzione e Restaurazione: Giuseppe Manfredini (1789-1815), in “Ricerche di storia dell’arte”, 26, 1985, p.81-82;
Falconi, Brescia. L’stro della decorazione neoclassica e romanitca (1780-1862),in Ottocento Lombardo, arti e decorazione, a cura di F. Mazzocca, Milano 2006, p. 186;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 130-132;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, pp. 100-101.
Sala 8 Cerere alla ricerca di Proserpina
Posizionata nell’angolo sud-ovest dell’ala occidentale del palazzo, questa sala, all’epoca adibita a camera con alcova, fu la prima delle stanze decorate da Giuseppe Manfredini, come dimostra un pagamento contenuto nel registro cassa della fabbrica del palazzo a suo favore datato 9 maggio 1794 (ASBs, Archivio Storico Civico, Archivio di Famiglie Diverse, Averoldi, b. 21, Fabbrica a San.ta Croce).
Nelle pareti della camera le uniche decorazioni presenti sono due nudi maschili tra armi e vessilli, dipinti a grisaille sopra l’arco di accesso all’alcova, ed un sopraporta con il Matrimonio di Alessandro Magno e Rossane. Sebbene Tanzi proponga quale modello del sopraporta la nota raffigurazione antica della Venditrice di amorini (Tanzi 1985, p. 82), in realtà il riferimento a cui guarda Manfredini è un affresco di soggetto analogo realizzato da Girolamo Siciolante da Sermoneta tra il 1540 e il 1545 oggi conservato presso la Galleria Borghese. Essendo stato l’affresco di Sermoneta considerato in passato opera autografa di Raffaello, è probabile che Manfredini avesse a disposizione un’incisione dell’opera, che copiò fedelmente, eliminandone solamente il gruppo di putti sulla destra del dipinto originale (Cretella 2016, pp.132-133).
Il soffitto della camera è decorato con un velario a ombrello, ornato con motivi di gusto neorinascimentale, che lascia intravedere la sottostante quadratura architettonica, all’interno della quale si inseriscono bassorilievi con trofei d’armi e trionfi all’antica. Occupa il centro del soffitto un ovale con la probabile rappresentazione di Cerere alla ricerca di Proserpina.
L’originale proposta di Manfredini per il soffitto restituisce l’attenzione che il pittore riservava per i repertori decorativi più aggiornati, come ad esempio quelli degli Adam, ed al contempo la sua capacità di rielaborarli.
Il soffitto dell’adiacente alcova è affrescato con una rigorosa quadratura architettonica ornata con finti bassorilievi decorati con girali d’acanto, maschere all’antica e riquadri con putti in atteggiamenti giocosi, al centro della volta si trova un medaglione in cui sono rappresentati due putti in volo tra nuvole.
Edoardo Lo Cicero
Bibliografia
Fausto Lechi, Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, Vol.3: Il Cinquecento nella città, Edizioni di Storia Bresciana, Brescia 1974, p. 321;
Tanzi, Aspetti della pittura neoclassica in Lombardia tra Rivoluzione e Restaurazione: Giuseppe Manfredini (1789-1815), in “Ricerche di storia dell’arte”, 26, 1985, p. 82;
Stefania Cretella, La grande stagione neoclassica a Brescia: il rinnovamento di palazzo Averoldi, in “Ricche Minere”, n.3, 2016, pp. 132-133;
Stefania Cretella, Palazzo Averoldi, in Stefania Cretella (a cura di), Miti e altre storie. La grande decorazione a Brescia. 1680-1830, Grafo, Brescia 2020, p. 101.